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Giappone-Italia 27-10: cosa si è rotto nell’esordio del Nations Championship

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Nessuno se l’aspettava così. L’Italia cade 27-10 al Chichibunomiya Stadium di Tokyo e inizia il Nations Championship nel peggiore dei modi, battuta da un Giappone che quote e analisi della vigilia davano quasi unanimemente sfavorito. Non è solo il risultato: è la prestazione, piena di dubbi, a lasciare il segno.

Ed è un segnale che arriva dopo il finale storto col Galles nell’ultimo Sei Nazioni: due controprestazioni consecutive, in tempi e luoghi diversi ma con lo stesso copione — Italia favorita, Italia battuta. Un campanello d’allarme che Gonzalo Quesada non potrà ignorare.

L’illusione dei primi cinque minuti

Eppure l’inizio aveva raccontato un’altra partita. Al 5′ Garbisi pesca la corsa di taglio di Juan Ignacio Brex, che buca la difesa all’altezza dei 22 e vola in meta: 7-0 con la trasformazione. La giocata nello stretto tra Menoncello e Brex, provata due volte nei primi minuti, sembrava il frutto di una settimana di lavoro mirato. Sbloccata subito, verrebbe da dire: e invece l’Italia si ferma lì.

Da quel momento gli Azzurri non danno più la sensazione di poter colpire davvero. Il tabellino parla chiaro: dopo la meta di Brex, l’unico altro punto italiano è il piazzato di Garbisi al 43′, in chiusura di primo tempo, nato dall’unica vera fiammata del reparto avanti, con la touche vinta su Zambonin e una maul avanzante.

Il breakdown regalato

Il primo grande imputato è il punto d’incontro. L’Italia che conosciamo va a contendere ogni pallone a terra; quella di Tokyo non lo ha fatto quasi mai. Il primo vero turnover azzurro arriva solo nel secondo tempo, con Malik Faissal. L’assenza di Zuliani pesa, ma per DanPat non può essere l’unica spiegazione: quando non placchi avanzando, contendere diventa un’impresa, e l’Italia non è quasi mai stata dominante nei placcaggi, con riposizionamenti difensivi lenti.

Una mischia diventata neutra

L’altro punto interrogativo è la mischia, il marchio di fabbrica dell’ultimo Sei Nazioni. Contro il Giappone è stata neutra: qualche calcio a favore, qualche calcio contro, mai la piattaforma dominante vista con Irlanda, Inghilterra e Francia. E i dubbi si intrecciano inevitabilmente con le novità nello staff: dal 1° luglio la mischia è passata da Andrea Moretti a Roberto Santamaria, ex Zebre, mentre Sergio Parisse ha preso in mano touche e maul.

Giudicarli ora sarebbe ingeneroso — è la prima partita del nuovo corso, e il Giappone in mischia è tutt’altro che morbido — ma le aree del gioco raccontano tutte la stessa storia: touche discreta nel primo tempo e in difficoltà nel secondo, maul senza strappi, palle alte sofferte, con Faissal in crescita solo nella ripresa. Mancava anche Simone Ferrari, un riferimento del reparto.

Perché ha vinto il Giappone?

Perché ha fatto le cose semplici, fatte bene: difesa ordinata, sostegni rapidissimi sul punto d’incontro e il ritmo dettato da Saito in mediana. Quando l’Italia sbagliava, i Brave Blossoms ricostruivano con pazienza; quando attaccavano, arrivavano sempre per primi sui sostegni. Così sono nate le mete di Dearns all’11’ e di Matsunaga al 17′, e quella di Gunter al 7′ della ripresa che ha chiuso i conti.

«Il Giappone ha fatto una gran partita, secondo me, una gran partita nell’essenza del Giappone, cioè nel fare le cose semplici, fatte bene.»

Il premio di Player of the Match a Gunter certifica la serata: per la partita che hanno fatto, ai giapponesi è mancata solo la quarta meta del bonus.

I singoli: tanto lavoro, poca luce

Nel grigio, il migliore per DanPat è Brex: la meta, 46 metri corsi e due line break. Tanto lavoro sporco anche da Lorenzo Cannone (69 metri e 16 placcaggi) e dal capitano Lamaro (19 placcaggi). Ma le note dolenti abbondano: la mediana ha faticato, con Varney tradito da due errori pesanti alla base del raggruppamento e Garbisi impreciso nelle scelte, con un paio di palloni intercettati; Menoncello non è mai entrato in partita; Ioane ha inciso poco.

Sfortunato Pani, costretto a uscire zoppicante al 13′: il suo sostituto Allan non è riuscito a incidere, complice una mischia che non lo ha mai messo in ritmo. Nella serata degli esordi in azzurro di Faissal e Ortombina, la crescita dell’ala nel secondo tempo resta uno dei pochi segnali da portare a casa.

L’esame All Blacks

Ora il calendario non fa sconti: sabato 11 luglio a Wellington ci sono gli All Blacks. Per DanPat la settimana dovrà essere soprattutto mentale, oltre che di recupero fisico: la doccia fredda di Tokyo apre domande profonde — a partire da quella sul livello atletico reale di questa Italia — e con la Nuova Zelanda i dubbi si pagano cari. Paradossalmente, però, giocare da sfavoriti dichiarati può liberare la testa. La risposta, tra sette giorni.

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