Venticinque anni dopo la maglia di Scozia 2000, Carlo Checchinato il rugby italiano lo guarda da un’altra prospettiva: quella di direttore commerciale della FIR. E a margine della festa per i cinquant’anni del Gruppo Bevanda Malamocco, al Lido di Venezia, ha messo in fila lo stato di salute dell’Italia di Quesada: i conti, le accademie, i talenti — e la «sberla» del tour estivo.
Sponsor e conti: un momento «effervescente»
Sul fronte commerciale, racconta Checchinato, il dopo-Covid ha lasciato spazio a una situazione «molto consolidata»: sponsor di primo livello con accordi di media e lunga durata, altri partner importanti in via di definizione e attività internazionali che potrebbero aggiungersi nel prossimo futuro. Il motore economico resta lo stesso: il Sei Nazioni e gli eventi delle nazionali sono le principali fonti di entrata della federazione.
Ma il merito, ammette il dirigente, non è solo degli uffici: «i giocatori sul campo hanno ritornato a donare al tifoso la speranza di competere contro tutti». Il credito, dice, va a Gonzalo Quesada, alla squadra — e a chi in federazione ha visto lontano prima.
Perché l’Italia ha più ricambi di un tempo?
Per le accademie e i centri di formazione federali. Checchinato ricorda che dove un tempo un infortunio apriva il vuoto, oggi l’Italia ha una profondità di rosa mai vista, con ricambi di alto livello pronti a 20-22 anni. Un patrimonio costruito da investimenti federali partiti molto prima dei risultati attuali.
Le accademie restano «criticabili e migliorabili per tutto quello che si vuole», concede. Ma il punto d’arrivo è sotto gli occhi di tutti: secondo Checchinato, circa il 70% della Nazionale è fatto di giocatori nati e cresciuti nei piccoli club italiani, passati per la filiera federale e già competitivi sul palcoscenico più alto.
Il caso Menoncello
L’esempio che sceglie è Tommaso Menoncello: «soprattutto merito di papà e mamma e di Tommaso prima di tutto», poi del piccolo club dove ha iniziato e della trafila Benetton che l’ha portato a competere ad altissimo livello già a vent’anni. E per chi storce il naso davanti agli innesti dall’estero, Checchinato ha una risposta pragmatica: lo fanno tutti — perfino gli All Blacks hanno appena mandato in campo un giocatore nato in Germania.
La sberla del tour e il valore dell’umiltà
Poi c’è l’estate: le tre sconfitte di luglio con Giappone, Nuova Zelanda e Australia. Checchinato non la addolcisce: «un passo indietro», dopo un percorso di crescita che aveva portato le vittorie di Udine sull’Australia e due successi nell’ultimo Sei Nazioni.
«Sono convinto che a volte serve anche prendere qualche sberla.»
La lettura, però, non è catastrofista: le difficoltà «vanno affrontate per imparare», ritrovando «l’umiltà che ci ha sempre accompagnato», senza buttare via un lavoro che resta giusto nelle fondamenta. Forse, ammette, in qualche momento l’Italia ha pensato di essere «un po’ di più di quello che realmente siamo»: la sberla serve a risettarsi.
La chiusura è da dirigente e da ex giocatore insieme: è un lavoro di squadra in cui ognuno porta la sua pietra — il commerciale, la maschile, la femminile, le giovanili. «Stiamo andando nella direzione giusta», dice Checchinato. La sberla, semmai, è il prezzo della crescita.
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