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Checchinato e la maglia di Scozia 2000: la svolta azzurra

Carlo Checchinato intervistato da DanPat Rugby davanti alla maglia di Italia-Scozia 2000

C’è una maglia che ferma il tempo, appesa tra i cimeli esposti per i cinquant’anni del Gruppo Bevanda Malamocco, al Lido di Venezia. È l’azzurro di Italia-Scozia del 5 febbraio 2000, il giorno dell’esordio nel Sei Nazioni. E davanti a quella teca c’è uno degli uomini che quel giorno erano in campo: Carlo Checchinato.

«Ancora mi emoziona, devo dire la verità», confessa l’ex seconda linea, oggi direttore commerciale della FIR, ospite della giornata di festa del gruppo veneziano. La maglia è sua, ma non sta in un armadio: l’ha prestata al museo del rugby, e per il cinquantesimo anniversario del Gruppo Bevanda è tornata a farsi guardare insieme ad altre maglie storiche del movimento.

Il giorno che cambiò il rugby italiano

Roma, Stadio Flaminio, 5 febbraio 2000. L’Italia debutta nel torneo più antico del mondo e batte 34-20 la Scozia campione in carica, quella che aveva vinto l’ultimo Cinque Nazioni della storia. Il mattatore è Diego Dominguez, 29 punti tra piazzati, drop e una trasformazione; nel finale arriva anche la meta di De Carli. In seconda linea, accanto a Gritti, c’è Checchinato.

«Essere entrati nel Sei Nazioni è stata veramente la svolta del nostro movimento.»

E farlo battendo al debutto la squadra campione uscente, aggiunge Checchinato, «è stata la conclusione fantastica di un percorso incredibile». Un percorso che non era iniziato quel pomeriggio, ma dieci anni prima.

Perché la maglia sta al museo e non nell’armadio

Il ragionamento di Checchinato sulla sua maglia dice molto dell’uomo. Il valore simbolico che le maglie hanno per chi ha giocato è enorme, spiega, ma tenerle chiuse in una valigia è un possesso che non restituisce nulla. Esposta, invece, quella maglia diventa altro: «un riconoscimento di ispirazione» e la testimonianza di cosa ha significato entrare nel Sei Nazioni per il rugby italiano.

Da dove nasce la vittoria del 2000?

Nasce da un decennio di costruzione. Dall’introduzione delle prime borse di studio federali all’inizio degli anni Novanta ai successi che avvicinarono l’Italia all’élite: la vittoria di Treviso sulla Francia nel 1993, il colpo di Grenoble nel 1997, fino all’invito nel torneo. Il 34-20 alla Scozia fu il punto d’arrivo di quel lavoro, non un miracolo isolato.

Gli anni delle 300.000 lire

Checchinato in quel percorso c’era dentro fin dall’inizio: l’esordio in Nazionale è del 30 settembre 1990, a Rovigo contro la Spagna. Sono gli anni in cui la FIR introduce le borse di studio per i giocatori: 300.000 lire al mese — l’equivalente di circa 150 euro di oggi — con incentivi in più per chi si allenava di più. Cifre minuscole, ma un segnale: il rugby italiano cominciava a investire sui suoi atleti.

I risultati arrivarono a ondate. L’11 novembre 1993, un giovedì sera al Monigo di Treviso, l’Italia batté 16-9 la Francia in Coppa FIRA: di fatto la prima volta sui transalpini. Poi i tour in Australia, e infine la notte di Grenoble, 22 marzo 1997: 40-32 alla Francia con le mete di Francescato, Vaccari, Gardner e Croci, la prima vittoria piena su una big del rugby mondiale. Tre anni dopo, il Flaminio.

Un’eredità che parla al presente

Per Checchinato — oltre ottanta presenze in azzurro e una carriera che i tifosi continuano a celebrare nelle formazioni ideali di sempre — quella maglia non è nostalgia. «Quello che è stato fatto è importante», dice, «ma è ancora più importante quello che dovremo fare». Il filo che lega le 300.000 lire del 1990 al movimento di oggi è lo stesso: investire, costruire, aspettare che il lavoro fiorisca.

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