Se la parte azzurra della collezione è un album di famiglia, quella internazionale è una galleria di leggende. Alla Scampata di Malamocco Corrado Mattoccia, fondatore del Museo Fango e Sudore di Artena, ha portato maglie che hanno fatto la storia del rugby mondiale. E dietro ognuna c’è un racconto che vale quanto la stoffa.
Gareth Edwards e il Grande Slam del 1976
Si parte da un mito. Gareth Edwards è il mediano di mischia del Galles e l’autore della meta dei Barbarians contro gli All Blacks del 1973, considerata da molti la più bella di sempre. La maglia esposta è quella del Grande Slam gallese del 1976.
Quando gliela consegnò, Edwards aggiunse un dettaglio che dice molto del rugby di allora:
Guarda Corrado, ricordi che ai tempi miei con una maglia si giocavano quattro-cinque partite.
Tradotto: con quella stessa maglia, secondo il suo racconto, aveva vinto più di un titolo.
Australia 1991 e la dinastia Lynagh
Poi ci sono il numero 9 e il numero 10 dell’Australia campione del mondo nel 1991, Nick Farr-Jones e Michael Lynagh. Un nome che oggi in Italia suona familiare: un figlio di Lynagh, Louis, gioca con gli azzurri, un altro, Tom, con l’Australia. Nella stessa sezione spicca anche Waisale Serevi, per molti il più grande giocatore di rugby a 7 di tutti i tempi.
Perché si parla degli All Blacks “avvelenati” del 1995?
Perché alla vigilia della finale mondiale del 1995 contro il Sudafrica molti giocatori neozelandesi accusarono un’intossicazione alimentare, e da allora in Nuova Zelanda si sospetta un sabotaggio. Il Sudafrica vinse quella finale a Johannesburg, contro i favoritissimi All Blacks di Jonah Lomu.
Mattoccia lo racconta partendo da una maglia meno famosa: non quella di Andrew Mehrtens, ma quella di Ant Strachan, mediano di mischia di quella spedizione.
Invictus: la maglia di Francois Pienaar
Dall’altra parte di quella finale c’è il pezzo che fa venire la pelle d’oca a DanPat: la maglia di Francois Pienaar, il capitano del Sudafrica campione del mondo nel 1995, la storia raccontata nel film Invictus, con Nelson Mandela e l’unico giocatore nero della squadra, Chester Williams.
La particolarità? Pienaar giocava numero 6, ma secondo Mattoccia questa è la maglia dell’unica volta in carriera in cui scese in campo con l’8. È la filosofia del museo: di ogni giocatore, anche con cento partite, si cerca la maglia che racconta la storia più bella. Come l’abbia ottenuta resta un segreto.
La maglia dei sogni: il caso McCaw
Alla domanda sulla maglia del cuore, Mattoccia risponde senza esitare: la prossima. Ma il racconto più bello riguarda una maglia che il museo ha già. Fango e Sudore collabora con il New Zealand Rugby Museum di Palmerston North e con il museo del rugby di Twickenham. Il direttore del museo neozelandese gli avrebbe confidato che il suo sogno, prima della pensione, è avere una maglia di Richie McCaw. Ad Artena, quella maglia è a disposizione dei bambini da dieci anni.
Il prossimo sogno? Forse una maglia del prossimo Mondiale, forse quella del giorno in cui l’Italia vincerà il Sei Nazioni. Sognare non costa nulla, e qualche sogno, assicura Mattoccia, l’hanno già realizzato.
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