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Ongaro, l’ultima maglia azzurra quattordici anni dopo

Fabio Ongaro, ex tallonatore della Nazionale italiana di rugby, intervistato all'evento del gruppo Bevanda Malamocco

C’e’ una maglia appesa al muro, in un cortile del Veneto, tra le bandiere e i tavoli di una giornata di beneficenza. Non e’ una maglia qualsiasi: e’ quella dell’ultima partita in azzurro di Fabio Ongaro. Sono passati quattordici anni, e lui la guarda come si guarda una fotografia di famiglia.

Il 17 marzo 2012, all’Olimpico di Roma contro la Scozia, il tallonatore chiudeva una carriera internazionale da 81 presenze. Quel giorno, pero’, Ongaro non ricorda quasi nulla del rugby.

Cosa ricorda davvero di quel giorno?

Non una touche, non una mischia. Ricorda la sera: la prima volta che ha sentito muoversi suo figlio, che sarebbe nato ad agosto. E’ l’unica immagine nitida che si porta dietro di una delle partite piu’ importanti della sua vita sportiva.

Mi ricordo che ho sentito alla sera i primi battiti. E’ stata la prima volta che si e’ mosso, in pancia a mia moglie.

Del resto ammette di aver buttato via quasi tutto: ricordi, fotografie, maglie. Quello che gli resta e’ una memoria per immagini, che tiene i momenti felici e qualcuno un po’ meno felice. Anche le sconfitte, dice, servivano a trovare qualcosa di positivo. E di sconfitte, nella sua Italia, ce ne sono state piu’ delle vittorie.

«Le Nazionali non si possono confrontare»

Il discorso scivola sul paragone che va di moda: la generazione che e’ andata “oltre l’ostacolo” e i ragazzi di oggi. Ongaro rifiuta il gioco, e lo fa allargando il campo. Prima della sua Italia, ricorda, ce n’era un’altra che ha permesso a quelli come lui di arrivare: la Nazionale delle imprese anni Novanta.

Quella squadra, il 22 marzo 1997, batteva la Francia 40-32 a Grenoble: prima vittoria di sempre sui transalpini, tre anni prima dell’ingresso nel Sei Nazioni. Ongaro cita anche la vittoria sull’Irlanda e un tour in Australia che considera fantastico.

Non si possono paragonare e confrontare le Nazionali, perche’ il rugby si e’ cambiato tantissimo.

Ogni squadra vive nel suo tempo

Il ragionamento e’ semplice e onesto: le ultime tre generazioni azzurre hanno qualita’ differenti, e ognuna sta nel periodo storico in cui e’ capitata. Alla domanda che tutti fanno al bar – “e se quella squadra giocasse adesso?” – Ongaro risponde che non si puo’ sapere. Merito a tutti, in epoche diverse. Punto.

E’ una posizione che a un ex capitano di generazione servirebbe poco, ma a chi guarda il movimento serve moltissimo: smette di misurare i ragazzi di oggi con il metro dei ricordi e li lascia giocare la loro partita.

La cosa che resta

Le magliette appese in quel cortile servono a questo: qualcuno passa e chiede chi sei, perche’ il tempo corre e le nuove generazioni non lo sanno piu’. Ongaro non se la prende. Anzi, ci vede il senso di tutta la giornata: usare il rugby per tenere insieme le persone e per raccogliere qualcosa da devolvere in beneficenza. Il resto – la maglia, i quattordici anni, l’ultima partita – e’ solo una bella scusa per ritrovarsi.

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