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Marcos Gallorini, due culture e un solo sogno azzurro

Marcos Gallorini, pilone del Benetton Rugby

C’è un bambino di otto anni, in jeans e maglietta bianca, che si presenta a bordo campo “giusto per dare un’occhiata”. Due ore dopo torna a casa con la maglietta verde d’erba e i jeans sporchi di terra. Sua mamma lo guarda e gli chiede se si è divertito. Quel bambino oggi supera i 120 chili, gioca pilone nel Benetton e porta dentro di sé due Paesi.

Marcos Gallorini, classe 2004, è uno dei prospetti più concreti della prima linea italiana. Ma per capire dove vuole arrivare, conviene partire da dove è nato: Arezzo, la Toscana del calcio, e un cognome che profuma di Sud America.

Da Arezzo, dove il rugby è un’isola

Ad Arezzo il pallone ovale è una mosca bianca. “Tra scuole e squadre di calcio ce ne saranno una quindicina solo in città”, racconta Gallorini: di rugby, invece, c’è il Vasari. È lì che tutto comincia, a otto anni, dietro l’invito di una nutrizionista che gli consiglia uno sport abbastanza frenetico da tenerlo fermo. È lì che, già gigante tra i coetanei — al punto che agli avversari chiedevano i documenti a sua mamma — impara la lezione che lo accompagnerà per sempre: la stazza da sola non basta.

Il Vasari resta la sua radice. Da quel vivaio sono passati giocatori arrivati fino all’alto livello, e proprio lì Gallorini incontra a dieci anni Nicholas Gasperini, oggi tallonatore del Benetton e amico da oltre un decennio. “Per noi non era un ragazzino che si univa ogni tanto: era il nostro compagno di squadra”, ricorda. Un legame nato tra i tornei toscani e mai più sciolto.

Due culture che si completano

La madre di Marcos, Adelaide del Carmen, è ecuadoriana. In casa Gallorini si è parlato spagnolo per quattordici anni, e Marcos lo padroneggia ancora oggi. Non ha mai vissuto stabilmente in Ecuador — qualche periodo, mai oltre tre mesi — ma quella parte di sé è cresciuta con lui, soprattutto negli ultimi anni.

Sono fiero delle mie origini: è una parte di me.

Si definisce “60% italiano e 40% ecuadoriano”, ma rifiuta l’idea stessa delle percentuali: le due anime, dice, si completano l’una con l’altra. Un orgoglio che non ha mai vissuto come un peso, a differenza di tanti coetanei con doppia nazionalità che si sono sentiti a disagio. E quando l’Ecuador scende in campo — al Mondiale di calcio, con un Ener Valencia trascinatore — lui è davanti alla tv a soffrire per tre pali in una sola partita.

La lezione più dura

Il titolo dell’intervista parla di “lezione più dura”, e non è un caso. La prima stagione da professionista non è stata solo mischie vinte e partite da ricordare: è stata anche un infortunio, mesi lontano dal campo e un “periodo nero” da attraversare. Gallorini lo racconta con lucidità sorprendente per la sua età: il rischio, spiega, è il circolo vizioso. Un problema fuori dal campo che rovina il sonno, il sonno che rovina l’allenamento, l’allenamento storto che ti toglie la maglia, e da lì la spirale.

Anche quello fa parte del lavoro.

La chiave, secondo lui, è imparare a separare la persona dall’atleta e a non far entrare in campo ciò che resta fuori. È la maturità di chi ha capito che gestire i momenti difficili conta quanto reggere quelli belli.

Chi è Marcos Gallorini?

È un pilone destro classe 2004, nato ad Arezzo da madre ecuadoriana e padre italiano. Cresciuto nel Vasari Arezzo, è passato all’Unione Rugby Capitolina e poi, nel 2023, all’accademia del Benetton, con cui ha esordito in URC nella stagione 2024-25. Oggi è uno dei giovani su cui la prima linea trevigiana costruisce il proprio futuro.

Due culture, una sola direzione. Perché il sogno, quello vero, ha il colore di una maglia che Marcos ha già indossato da ragazzo e che adesso insegue da uomo.

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