Chiedete a un pilone qual è il momento più bello e non vi parlerà di una meta. Marcos Gallorini, quando deve scegliere l’istante della sua stagione, indica una mischia. È coerente: la mischia è la sua ossessione, il posto dove ha imparato a diventare grande e, insieme, il muro contro cui ha capito quanto gli mancasse.
Il dominio dell’Under 20
Con l’Italia Under 20 quella prima linea era una macchina. Gallorini ricorda una squadra capace di chiamare mischia anche nella propria metà campo, di macinare sette-otto mischie di fila sui cinque metri avversari, di raccogliere valanghe di calci di punizione in una manciata di partite. Contro l’Inghilterra, dice, ne fecero una dietro l’altra senza che a nessuno pesasse. Era il cuore del loro gioco: rompere l’avversario davanti, e da lì costruire tutto il resto.
In quel contesto Gallorini era anche un finalizzatore: nei pick and go, a cinque metri, la palla finiva spesso tra le sue mani. Ma quella era una prima linea che pesava numeri fuori scala rispetto agli avversari, con tre quarti e terze linee che spingevano come un solo blocco.
Il muro dei grandi
Poi arriva il professionismo, e cambia tutto già dal primo istante: l’ingaggio. Gallorini racconta un allenamento in cui, contro Agustín Creevy, tirò l’ingaggio più forte della sua vita — dato e ricevuto insieme. Si rialzò stordito, chiedendosi cosa fosse successo. Lì ha capito la differenza tra dominare dei ventenni e reggere l’urto di una prima linea internazionale.
Fare una mischia tanto per farla non è nelle mie corde.
La sua filosofia è rischiare: ingaggiare fortissimo, guadagnare due passi e semmai cadere, piuttosto che tirare un ingaggio prudente e affidare all’arbitro una monetina. Ma ha imparato che il campo va letto a zone. Sui cinque metri provi a recuperare il pallone; nei ventidue avversari eviti di regalare un’uscita facile. È un mondo di bluff e adattamenti, dove una prima linea esperta ti risolve la situazione mentre tu la stai ancora capendo — come gli è successo contro gli Sharks, sentendo la testa dell’avversario ruotare e la pressione arrivare da un altro lato.
Dal peso al lavoro sporco
C’è anche una questione di chili. Gallorini ha chiuso la stagione intorno ai 123-124, dopo aver toccato quota 135: meno stazza, più mobilità, ma sta ancora pagando la poca esperienza in mischia chiusa tra i grandi. Ed è qui che emerge la sua evoluzione più interessante.
Preferisco di gran lunga ingaggiare più forte possibile.
Non è più il bambino gigante in mezzo ai bambini piccoli, e lo sa. Per questo oggi si gode più il lavoro sporco che la meta: le pulizie, i sostegni, i placcaggi, quel contributo che nei dati non brilla ma che in URC fa la differenza. “Non basta più” segnare per arrivare in alto, ed è una consapevolezza da veterano più che da esordiente.
Cosa cambia davvero in mischia tra Under 20 e URC?
Cambia l’ingaggio, prima di tutto: potenza e tecnica di un’altra categoria. Cambia la lettura, fatta di zone di campo, rischio calibrato e finte reciproche. E cambia il ruolo del pilone, che nel rugby moderno deve reggere la mischia ma anche macinare lavoro in campo aperto. Il talento apre la porta; l’esperienza la tiene aperta.
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