Sulla squalifica di due giornate a Gonzalo Quesada, arrivata da World Rugby dopo le sue dichiarazioni sull’arbitro di All Blacks-Italia, il confronto tra DanPat e Mario di Pillole Ovali si divide dove di solito ci si divide poco: non su cosa e’ successo, ma su cosa andrebbe cambiato.
Quesada ha sbagliato?
Per Mario si’, e la questione e’ di forma prima ancora che di sostanza. Un commissario tecnico ha canali ufficiali per far arrivare le sue lamentele – dentro World Rugby ci sono anche italiani che quelle regole le scrivono – e usarli non e’ un dettaglio burocratico.
I modi in un mondo cosi’ li devi fare giusti, sennò e’ anarchia, e il rugby e’ uno sport di combattimento.
Da qui il giudizio: le due giornate sono una sanzione giusta, perche’ il protocollo esiste e non e’ stato seguito.
Il problema non e’ il silenzio degli allenatori
DanPat parte dallo stesso punto e arriva altrove. Il punto di partenza e’ una constatazione che nel rugby non fa notizia: senza arbitro non si gioca, e le regole vanno interpretate, il che espone chi fischia. Ma la direzione presa da World Rugby, secondo lui, complica invece di semplificare.
Da un lato l’arbitraggio e’ diventato barocco: TMO chiamati per episodi che poi si rivelano inesistenti, commissioni che smentiscono quello che si e’ visto in campo. Dall’altro si impone il silenzio agli allenatori, quando in altri sport un tecnico puo’ dire senza scandalo che una prestazione non e’ stata buona.
Per semplificare la vita agli arbitri non devi far star zitto gli allenatori, devi semplificare le regole.
Il caso del cartellino
Sul giallo a Niccolo’ Cannone la posizione e’ sfumata: il movimento e’ brutto e il cartellino ci puo’ stare, ma la classificazione come episodio ad alto grado di pericolosita’ resta discutibile. E’ esattamente il tipo di zona grigia in cui la discrezionalita’ dell’arbitro si trasforma in polemica.
Entrambi, va detto, ammettono di aver esagerato nei toni sull’arbitro francese nei giorni successivi alla partita.
La conclusione controcorrente
Il finale sposta il baricentro. Nonostante le regole confuse, i protocolli e le sanzioni, per DanPat il rugby di oggi resta uno sport migliore di quello di vent’anni fa. Il che rende la discussione sulle regole non un processo, ma una manutenzione: serve tenere il gioco leggibile, per chi lo arbitra e per chi lo guarda.
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