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Greatest Rivalry, il Sudafrica chiude 3-1

Springboks e All Blacks nella serie Rugby’s Greatest Rivalry 2026 vinta 3-1 dal Sudafrica

Il tour in vecchio stile fra Sudafrica e Nuova Zelanda si è chiuso come nessuno si aspettava dopo novanta minuti: 3-1 per gli Springboks, con tre vittorie consecutive dopo la sconfitta iniziale.

Quattro test in poco più di un mese, due continenti, un trofeo nuovo di zecca in palio. Ecco come è andata, partita per partita.

Ellis Park, l’unico scossone

Il primo test è finito 33-16 per la Nuova Zelanda, in casa dei campioni del mondo. Gli All Blacks hanno difeso per lunghi tratti con le unghie — memorabile la sequenza di tre mischie consecutive a cinque metri sopravvissuta oltre il 50’ — e hanno trasformato ogni transizione in occasione, con la meta di Fabian Holland a certificare la miglior prestazione neozelandese della serie.

Città del Capo, la risposta dei campioni

Una settimana dopo il Sudafrica ha rimesso le cose a posto: 33-26, con Cheslin Kolbe man of the match e 18 punti dalla piazzola, e le mete di Jesse Kriel, Damian de Allende e Siya Kolisi. Serie sull’1-1 e pressione tutta sulle due partite rimaste.

Soweto, la partita più sudafricana di tutte

Il 5 settembre, davanti a 87.976 spettatori all’FNB Stadium, è arrivato il 29-24 che ha spostato la serie. Non la più spettacolare, ma la più rappresentativa dell’identità di questa squadra: quattro mete per parte, e un Sudafrica capace di trascinare gli avversari sul terreno che preferisce, quello della lotta, del contatto e del breakdown.

La Nuova Zelanda ha concesso dodici penalità, una meta tecnica e un cartellino giallo a Ruben Love proprio nel finale di primo tempo, sanzionato dall’arbitro Nika Amashukeli per fuorigioco durante un assedio sudafricano dentro i 22. In mezzo, i due gioielli di Ardie Savea, uscito però per un problema alla spalla, e le mete tardive di Will Jordan e Samisoni Taukei’aho. Per Siya Kolisi è stata la 55ª vittoria da capitano degli Springboks: record.

Come ha vinto il Sudafrica la serie?

Controllando il caos. Quando le partite hanno perso struttura, gli Springboks si sono riorganizzati più in fretta e hanno trovato subito una nuova fonte di pressione, mentre gli All Blacks restavano a rincorrere. È successo a Città del Capo, è successo a Soweto, è successo a Baltimora.

Baltimora, la consacrazione

Il 12 settembre, in campo neutro e davanti a 68.173 spettatori — il pubblico più numeroso mai registrato per una partita di rugby in Nord America — è arrivato il 43-28 che ha chiuso i conti. Sei mete a quattro, firmate da sei giocatori diversi: Damian de Allende, Morné van den Berg, Malcolm Marx, Pieter-Steph du Toit, Kurt-Lee Arendse e Cameron Hanekom. Per gli All Blacks, privi di Savea e guidati da Codie Taylor, sono andati a segno Taylor, Will Jordan, Ethan Blackadder e Beauden Barrett all’ultimo secondo.

La più bella è stata quella di Arendse: pallone vagante raccolto nella propria metà campo e cinquantacinque metri di corsa fino in fondo. Il migliore in campo, però, è stato Morné van den Berg: una meta, una trasformazione, un turnover e il premio di player of the match.

Che cosa resta

Resta un formato che ha funzionato, con quattro test invece del torneo, e resta soprattutto la conferma che il Sudafrica campione del mondo non ha intenzione di scendere dal trono a un anno dalla Coppa del Mondo 2027. Per la Nuova Zelanda, invece, comincia adesso la parte difficile.

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