Un anno fa, a Wellington, la Nuova Zelanda incassava dal Sudafrica il 43-10 più pesante della propria storia. Dodici mesi dopo, la serie di Rugby’s Greatest Rivalry si chiude con un altro 3-1 per gli Springboks. In mezzo c’è stato un cambio di allenatore, e adesso c’è un cantiere aperto con il Mondiale che si avvicina.
Scott Robertson ha lasciato la panchina degli All Blacks a gennaio, a metà contratto; a marzo è stato annunciato Dave Rennie, che ha firmato fino alla Coppa del Mondo 2027. Io quel 43-10 e quell’addio li lego, ma è una mia lettura: quel che è certo è che Rennie arriva corto sul Mondiale e deve sistemare parecchie cose in pochissimo tempo.
Quello che ha funzionato
L’incipit di un lavoro c’è, e si è visto a Ellis Park: 33-16, difesa che sopravvive a tre mischie consecutive a cinque metri, capacità di trasformare in un attimo ogni transizione in azione offensiva. Quella è stata la miglior Nuova Zelanda della serie, e non era un caso.
Il problema è che da lì in poi quel livello non è più tornato. In mischia gli All Blacks a tratti hanno retto, ma non hanno mai davvero dominato — e con gli Springboks di fronte non è proprio facilissimo.
Qual è il nodo più urgente per Rennie?
L’apertura. Richie Mo’unga è tornato disponibile solo nella parte finale del tour, Beauden Barrett è rientrato in corsa, Ruben Love ha mostrato talento e coraggio ma anche un giallo pesantissimo a Soweto. Chi sarà il numero 10 degli All Blacks al Mondiale è la domanda a cui Rennie deve rispondere prima di tutte le altre.
I giocatori su cui ripartire ci sono
Will Jordan resta uno che ha le mete nelle mani: doppietta nel primo test, ancora a segno nell’ultimo. Cam Roigard è ormai il mediano di mischia titolare, a volte incredibile, a volte capace di farti rimpiangere gli Aaron Smith di una volta — e, mi permetto, di far pensare che a Gibson-Park si poteva anche non lasciarlo andare in Irlanda.
Poi c’è Ardie Savea, che ha segnato due mete a Soweto prima di uscire per un problema alla spalla, lasciando la fascia di capitano a Codie Taylor per l’ultimo test. E c’è Fabian Holland, per me tra i migliori dell’intera serie.
Due allenatori, due orologi diversi
È qui che si capisce la sproporzione. Rassie Erasmus è lì da dieci anni e in questa serie ci ha sorpreso perfino meno del solito dal punto di vista tattico, il che la dice lunga su quanto abbia già in cassaforte. Rennie è lì da un anno e sta costruendo, in modo più lineare. Sono due lavori completamente diversi, e nei momenti del bisogno questa differenza può pesare parecchio a favore del Sudafrica.
Psicologicamente questa è una sconfitta pesante da incassare, anche se gli All Blacks sapevano di poterla perdere. La domanda vera adesso è una sola: riusciranno, in un anno, a ricucire il gap con gli Springboks? Perché quando il gioco si fa duro, i duri iniziano davvero a giocare — e nel 2023 quella Nuova Zelanda criticata da tutti si giocò la finale da una mischia, con un uomo in meno.
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Danilo — DanPat Rugby
