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Munari: «Il rugby è ciclico, ma non sempre si azzecca»

Vittorio Munari e Antonio Raimondi, voci storiche della telecronaca rugby italiana

Ci vuole un bicchiere in mano e un cortile del Lido di Venezia per far uscire il ragionamento vero. Vittorio Munari lo tira fuori quasi controvoglia, dopo aver detto che di rugby, oggi, non aveva voglia di parlare: se ne parla troppo, dice, e spesso senza sapere.

Poi pero’ parte, e il discorso diventa la cosa piu’ seria della giornata.

Anche la storia e’ ciclica, bisogna capire nel ciclo quanto siamo disposti a imparare, e dalla storia sembra che l’essere umano abbia imparato poco. Ed e’ lo stesso nel rugby: e’ ciclico, ma non sempre si azzecca.

Tre ondate di entusiasmo, tre risvegli difficili

Il rugby italiano ha gia’ vissuto momenti come questo. C’e’ stata la generazione delle imprese anni Novanta, culminata nella prima vittoria di sempre sulla Francia a Grenoble nel 1997. C’e’ stata la generazione dei primi Sei Nazioni, quella che ha portato il rugby in prima serata. E c’e’ questo gruppo di ragazzi, che secondo DanPat ha qualcosa di speciale.

Il punto e’ cosa e’ successo dopo le prime due ondate: anni difficili, entusiasmo evaporato, ricostruzioni ripartite da zero. E’ la ragione per cui Munari mette le mani avanti.

Perche’ l’entusiasmo di oggi non e’ quello degli anni Ottanta?

Per Munari la differenza non sta nella quantita’ di passione, ma in cosa quella passione produce. Negli anni Ottanta e Novanta i dilettanti si sacrificavano per costruire qualcosa attorno ai valori del rugby, con investimenti veri. Oggi, dice, si e’ bravissimi a enunciare i principi e molto meno a metterli in pratica.

Sono molto piu’ enunciatori che professori. Del fatto che uno mi dica cos’e’ la cosa giusta mi interessa poco: sarebbe piu’ importante farla, la cosa giusta.

Non e’ nostalgia, e lui lo precisa subito: il mondo cambia, nessuna condanna. E’ un richiamo al fare, in un ambiente che si e’ abituato a parlare molto.

Raimondi: «Dobbiamo essere preparati»

Antonio Raimondi, che con Munari divide la cabina di commento da trent’anni, arriva alla stessa conclusione da un’altra strada. Non pensa che gli errori si possano evitare del tutto: pensa che ci si debba attrezzare per quando arriveranno i conti.

E’ molto difficile non ripeterli. E’ veramente tutto ciclico e purtroppo ogni tanto si fa fatica ad avere quello stesso entusiasmo, perche’ poi sappiamo che arrivano le delusioni: quindi dobbiamo essere preparati e bisogna provare ad andare avanti.

La domanda che resta

Il ciclo buono, in Italia, e’ sempre arrivato. Il problema e’ sempre stato il dopo: cosa si costruisce mentre la squadra vince, perche’ quando la squadra smette di vincere resti qualcosa in piedi. Munari e Raimondi non danno la risposta, ma la domanda la mettono sul tavolo nel modo piu’ scomodo possibile. E stavolta il rugby italiano ha i mezzi per rispondere.

Leggi anche: Munari e Raimondi, trent’anni in cabina di commento · tutte le news di DanPat Rugby · l’archivio video · Checchinato: accademie, Quesada e la lezione del tour

Sei d’accordo con Munari? Diccelo nei commenti sul canale YouTube di DanPat Rugby, dove trovi l’intervista completa.

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