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Italia-Sudafrica a freddo: 10 minuti di blackout e la maul alla Erasmus

Divagazioni di Rugby 42: l'analisi a freddo di DanPat Rugby su Italia femminile, Zebre e Benetton

A caldo avevamo parlato di una rimonta sfiorata. A freddo, nella puntata 42 delle Divagazioni di Rugby con Cristian Lovisetto di Anonima Piloni, il 29-41 di Fontanafredda contro il Sudafrica si legge meglio: più che gli ultimi dieci minuti, all’Italia sono costati i dieci minuti centrali del primo tempo.

Il blackout tra la terza e la quarta meta

La lettura di Cristian è netta: l’Italia ha giocato una partita buona e generosa, ma ha pagato carissima la sbandata tra la terza e la quarta meta sudafricana. Poca lucidità, un riposizionamento difensivo sbagliato sulla quarta meta, un drop che non fa i dieci metri: piccoli segnali di una squadra che in quel momento non aveva tutto al suo posto.

La reazione però c’è stata. Prima la meta di Vittoria Vecchini allo scadere del primo tempo, che ha riportato le azzurre sul 12-24, poi la rimonta della ripresa. Il prezzo è arrivato nel finale: l’energia spesa per rientrare è mancata proprio quando il Sudafrica ha continuato col suo passo.

Perché il Sudafrica cala nella ripresa?

Perché è una squadra pesante, costruita per andare dritto per dritto: molto contatto, mischia solida, poi palla all’apertura e due opzioni, il calcio dietro la linea o il pallone largo per ali che corrono. Le Springbok Women partono forte e, a meno di non schiacciare subito l’avversaria, tendono a calare nella seconda parte della partita.

Dentro questo spartito c’è però più di quanto sembri. L’apertura titolare Byrhandré Dolf attacca molto la linea e l’Italia l’ha sofferta all’inizio; dopo la sua uscita, il Sudafrica ha fatto male in un altro modo, con i calcetti dietro la linea difensiva. Un gioco strutturato, con soluzioni diverse per giocatrici diverse: esattamente ciò che, per ora, alle azzurre manca.

La canzone mononota e la firma di Erasmus

C’è poi un dettaglio che ci ha colpito. Due mete sudafricane sono arrivate da una rimessa laterale solo accennata, trasformata in una maul spontanea. Noi lo diciamo il 27 settembre: non ci stupiremmo di vedere gli Springboks maschili provare la stessa mossa al Mondiale. È il tipo di variazione sul tema che piace a Rassie Erasmus, che ama pescare idee in tutto il movimento sudafricano.

Il Sudafrica, a tutti i livelli, ricorda la “canzone mononota” di Elio e le Storie Tese: sembra una sola nota, poi provi a suonarla e scopri quante cose ci sono dentro.

Cosa ha l’Italia, cosa non ha

Il secondo tempo ha mostrato cosa l’Italia ha, ma anche cosa non ha. Davanti ci sono giocatrici molto coraggiose come Alissa Ranuccini, ma nell’uno contro uno contro squadre fisiche si fatica a prendere la linea del vantaggio. La rimessa laterale zoppica. In mediana manca qualcosa in gestione e gioco al piede.

Ai centri, Michela Sillari ha giocato una bella partita ed era utile anche come calciatrice. Ma contro un avversario così fisico avremmo tenuto la coppia con Alyssa D’Incà al centro, che col Giappone aveva funzionato.

Rigoni, la domanda che è giusto farsi

Resta il tema Beatrice Rigoni, zero minuti. Nessuna critica a Plinio Sciamanna, che è l’allenatore e conosce dinamiche che noi non vediamo. Ma venti minuti a una giocatrice con quell’esperienza e quel talento nelle mani, in una partita così, li avremmo dati.

Se in una situazione del genere fosse stato messo in panchina Paolo Garbisi e non gli fosse stato dato nemmeno un minuto, ci saremmo chiesti il perché.

Ed è per questo che è giusto chiederselo: parlare del rugby femminile con la stessa attenzione del maschile vuol dire anche farsi le stesse domande. Il giudizio sul nuovo ciclo resta positivo. Ora la trasferta negli Stati Uniti: due test, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre in Texas e il 24 ottobre a Nashville.

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DanPat Rugby

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