Bella prestazione, davvero. Non dico che non me l’aspettassi, ma vedere l’Italia con così tante facce nuove e così tante soluzioni nuove fare una partita completa è stata una di quelle cose che ti fanno tornare a casa contento. Fontanafredda, 19 settembre, esordio nelle WXV Global Series e prima panchina di Plinio Sciamanna da capo allenatore: 55-21 al Giappone, nove mete, e soprattutto una squadra.
Nella live avevo parlato delle individualità. Qui preferisco partire dal collettivo, perché è lì che ho visto la cosa più importante.
Perché l’Italia è stata una squadra solida
In difesa si vedeva che il Giappone faceva fatica ad avanzare. L’Italia riciclava bene, si riposizionava bene, e ha placcato tanto: gli avanti, i trequarti, tutte. E poi tanta voglia di lottare sul breakdown, che è il dettaglio che mi è piaciuto di più. Abbiamo visto palloni pescati in mezzo al campo, palloni pescati dagli avanti, palloni pescati dalle ali.
Non era scontato. Il Giappone aveva letto bene gli spazi dietro la prima linea difensiva e andava a colpire lì. Le Sakura hanno anche fatto due mete da maul, e sono sicuro che negli appunti dello staff ci sarà quel fondamentale da sistemare, magari proprio in vista del Sudafrica. Ma davanti, nel complesso, bene: Sgorbini ha tenuto la mischia, la rimessa laterale ha funzionato (qualche sbavatura sul finale, ma all’inizio ha girato).
Ostuni Minuzzi capitana: la meta regalata dice tutto
Prima partita con la fascia per Vittoria Ostuni Minuzzi, che era anche al 50° cap. Molto attenta, molto brava, inserita nei momenti giusti. E nel finale ha fatto una cosa che per me racconta la scelta dello staff: aveva la meta a portata di mano, secondo me ci arrivava, e invece ha fatto un passaggio “basket” per regalarla ad Aura Muzzo.
Anche questo è essere capitana. Forse è proprio per queste doti di generosità che è stata scelta. Sono supposizioni, chiaro: certe cose si sanno solo dentro lo spogliatoio. Intanto la meta che ha segnato lei, quella del 36-14, l’ha resa la miglior marcatrice di sempre dell’Italia femminile con 21 segnature.
D’Incà e Mannini: cosa cambia ai centri?
Il player of the match è andato a Sara Mannini, e ci sta, meritato. Ma accanto a lei Alyssa D’Incà è stata un trattorino lì in mezzo: l’ho detto in diretta e lo ripeto, è un po’ la Menoncello al femminile. E attenzione, perché questa coppia molto fisica dà all’Italia una serie di soluzioni che prima aveva in modo diverso.
Con Sillari avevamo una centro intelligentissima (oggi era in tribuna, e sono sicuro che la rivedremo in azzurro). Bea Rigoni è fisica anche lei, ma forse le è sempre mancata quella punta di velocità. Ora invece l’Italia ai centri ha quattro giocatrici combinabili, se non di più. E la stessa Rigoni, entrata nel finale emozionata e concentrata, viene usata come backup all’apertura e non più ai centri, perché ci sono altre soluzioni, compresa Natascia Aggio, all’esordio.
Dietro, la mediana ha fatto il suo: Sofia Stefan ha un bagaglio d’esperienza invidiabile, Emma Stevanin ha fatto un’ottima partita. Al largo Granzotto e Muzzo molto bene, con Ostuni Minuzzi a lavorare in profondità.
Il Giappone era il test giusto?
Direte: sì, vabbè, ma non è questa la squadra che ti mette in difficoltà al largo. Dipende. Il Giappone comunque ha cercato gli spazi, e nel rugby femminile oggi tante squadre, Inghilterra e Francia su tutte, usano molto di più il gioco al piede. Per alcune cose non era il test più probante, è vero. Ma sulla copertura del campo sì, e l’Italia, dopo un inizio un po’ distratto, ha cominciato a farlo bene.
Un miracolo sportivo che continua
Ho visto tante, tantissime facce nuove. E mi sono divertito.
Io dico sempre che questa nazionale, l’ho detto anche in chat, è una specie di miracolo sportivo.
Tutto questo nasce da un gruppo partito con Di Giandomenico, passato per Raineri e Roselli, e che adesso apre un nuovo ciclo con Sciamanna. La grande prova del fuoco sarà sabato 26 settembre col Sudafrica, sempre a Fontanafredda. Ma oggi le basi le hanno messe, e la fiducia gliela diamo tutta.
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Danilo — DanPat Rugby
