La serie fra Sudafrica e Nuova Zelanda si è chiusa 3-1 per gli Springboks, con l’ultimo atto giocato a Baltimora. L’analisi sportiva di quella partita è già stata fatta su queste pagine. Nell’episodio 40 di Divagazioni di Rugby, Cristian Lovisetto ha però portato un ragionamento diverso, e vale la pena isolarlo: quello che Rassie Erasmus sta costruendo non è soltanto una squadra vincente, è un marchio.
La tesi
«Secondo me il grande obiettivo di Rassie Erasmus, oltre a vincere il Mondiale, era proprio quello di sostituirsi culturalmente alla Nuova Zelanda», ha detto Lovisetto. «Cioè diventare il brand di riferimento del rugby mondiale».
Per spiegarsi ha usato un ricordo personale: quando allenava ragazzini in Spagna, alla domanda su quale fosse il loro sogno la risposta era invariabilmente “giocare negli All Blacks”. Ragazzini spagnoli, senza alcun legame con la Nuova Zelanda. Quel magnetismo, sostiene, non è scomparso, ma si è appannato: «Gli Springboks hanno un po’ annebbiato l’aura degli All Blacks, e questo secondo me è il grande successo».
L’esempio portato è proprio la partita negli Stati Uniti: fino a pochi anni fa, in un contesto neutro, il pubblico sarebbe andato allo stadio per vedere i neozelandesi. Oggi, è la lettura del podcast, in molti ci vanno per vedere i campioni del mondo. Gli All Blacks, da attore protagonista, diventano comprimari.
Il controcanto: prima vengono i risultati
DanPat ha accolto la tesi ma ha posto un paletto: la cultura, nello sport, si costruisce sulla statistica. «Il primo passo che ha fatto Rassie è stato restituire l’immagine di un Sudafrica vincente, e questo non lo puoi fare senza dominare gli All Blacks in lungo e in largo».
Il ragionamento vale anche per la conquista di mercati nuovi: o vai in America nei panni di Davide e abbatti Golia — ma quello è un effetto che dura poco — oppure sei una squadra così dominante che ti seguono anche gli spettatori non appassionati. La consacrazione definitiva, per entrambi, sarebbe un terzo titolo mondiale consecutivo: qualcosa che nella storia dello sport non è mai accaduto, e per una squadra che dieci anni fa perdeva con l’Italia sarebbe una parabola quasi incredibile.
Vale la pena ricordare che quel percorso è già stato raccontato: Chasing the Sun, la serie documentario prodotta con SA Rugby, ha seguito i Mondiali vinti nel 2019 e nel 2023.
Sotto la prima mano di vernice
C’è un luogo comune che il podcast ha voluto smontare: chiedi a un qualsiasi appassionato la prima parola che associa al Sudafrica e ti risponderà mischia, muscoli, potenza. «Può essere una cosa che non piace», ha ammesso DanPat, «però quella è la cifra che si sono guadagnati: sei riconoscibile».
Sotto quella vernice, però, c’è altro. Ali piccole con una potenza fuori scala. Cheslin Kolbe — oggi fermo per infortunio — e una duttilità che nel ruolo non ha eguali. Un estremo come Willemse, definito il giocatore più elegante da vedere in campo. E soprattutto il coraggio di pensare a Sacha Feinberg-Mngomezulu come erede di Handré Pollard.
Nello stesso solco viene letta la gestione dei mediani di mischia. Faf de Klerk è rimasto fuori sia dal gruppo per il Nations Championship sia da quello allargato per la serie con la Nuova Zelanda, con Erasmus che ha spiegato l’esclusione come parte della preparazione al Mondiale; al suo posto sono stati scelti Grant Williams, Cobus Reinach, Herschel Jantjies e Morné van den Berg, che nella serie si è candidato al posto da titolare.
Il gusto di spingere fino al limite
L’ultima parte della conversazione è dedicata a quello che i due chiamano il metodo Erasmus: la bomb squad, il 7+1 in una finale mondiale, le soluzioni tattiche anticonvenzionali, l’abitudine a leggere il regolamento cercando quello che non è scritto. L’esempio citato è la gestione dei sei giocatori di prima linea a referto: da nessuna parte è scritto che tre debbano partire titolari e tre stare in panchina.
Un altro episodio riguarda proprio l’Italia. Nel test di Torino dell’anno scorso, dopo cinque minuti e un cartellino rosso diretto, la prima mossa del Sudafrica è stata togliere un pilone giovanissimo per inserire un giocatore molto più esperto e molto più pesante: una scelta che, secondo la lettura del podcast, serviva ad ancorare la mischia sapendo che gli azzurri in quel fondamentale potevano fare male.
Sul resto — i cambi annunciati come infortuni prima di un test, le reazioni di World Rugby, il sospetto che a parti invertite il trattamento sarebbe stato diverso — restiamo nel campo dell’opinione, ed è così che è stato presentato anche in trasmissione.
La chiusura, comunque, è azzurra. «Qual è l’unica squadra che ha messo in difficoltà in mischia gli Springboks?», ha chiesto DanPat. La risposta se l’è data da solo.
